La VR nella gestione del PTSD

Il nostro cervello, con 100 miliardi di neuroni, è probabilmente una delle strutture più complesse nell’universo. La straordinaria complessità dell’encefalo e, più in generale, del sistema nervoso giustifica l’interdisciplinarietà delle neuroscienze.

Oggi, le neuroscienze riassumono i metodi, le tecniche, le strategie ed i risultati di discipline molto diverse tra loro, dalla psicologia cognitiva alla biologia molecolare, accomunate da un unico obiettivo finale: scoprire il funzionamento del nostro cervello.

In questa ottica lo sviluppo delle nuove tecnologie ha permesso grandi passi avanti. Basti pensare alla realtà virtuale.

Le ricerche in ambito neuroscientifico puntano sempre più sullo sviluppo delle nuove tecnologie. In questo ambito la  Realtà Virtuale (VR) assume particolare importanza. La VR, oltre ad essere compatibile con le principali tecniche di imaging, permette di perfezionare l’indagine degli aspetti funzionali cerebrali (applicazione sperimentale) e fornisce nuove forme di terapia riabilitativa (applicazione clinica).

Per questi motivi intendiamo trattare con cadenza frequente il tema neuroscienze e realtà virtuale.

 

La VR viene usata con successo nella gestione del disturbo post traumatico da stress (PTSD). In questo ambito la VR permette di controllare accuratamente il grado di esposizione alla situazione temuta e di creare delle situazioni ad hoc per il paziente, considerandone i bisogni, i punti di debolezza e di forza, gli eventi del passato e la storia personale. Tutti elementi di particolare importanza nel trattamento del PTSD. Il disturbo post traumatico da stress (PTSD) si manifesta in conseguenza ad un fattore traumatico estremo, in cui la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. Eventi come aggressioni personali, disastri, guerre e combattimenti, rapimenti, torture, incidenti e malattie gravi possono condurre allo sviluppo di PTSD. La risposta della persona comprende paura intensa e sentimenti di impotenza o di orrore.

Nel 2007 sono stati condotti due studi di VR su pazienti con PTSD. I pazienti presi in considerazione hanno assistito all’attentato terroristico dell’11 settembre 2001. I partecipanti sono stati sottoposti ad un trattamento di esposizione virtuale.

La terapia finora utilizzata per il trattamento dei PTSD prevede che il paziente ripeta più e più volte l’evento scatenante. Spesso però i pazienti nel narrare l’accaduto sono incapaci di coinvolgere le emozioni associate, i racconti emotivamente piatti riflettono il torpore dei pazienti con PTSD. L’incapacità di un coinvolgimento emotivo è predittivo di un fallimento circa la terapia esposizionale stessa.

In questo contesto, la VR si presenta come un importante strumento capace di aumentare il coinvolgimento emotivo dei partecipanti, fornendo un’esposizione graduale all’evento traumatico, evitando i rischi di un travolgimento emotivo ed un ritorno nell’ambiente reale temuto.

Il paradigma sperimentale degli studi presi in considerazione prevedeva diverse sessioni di esposizione, in cui l’intensità e i dettagli degli stimoli aumentavano progressivamente, rispettando sempre la velocità di tolleranza del paziente.

Ad esempio, nella prima sessione al paziente veniva mostrato un jet che sorvolava le twin towers. Non viene mostrato alcun incidente, e non vengono usati stimoli sonori. Nelle successive sessioni il paziente si trovava davanti a scene sempre più ricche in termini di dettagli: le twin towers, colpite dai jet, bruciano e fumano. Si possono sentire i suoni tipici della città e del traffico di New York.

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Tutti i partecipanti dello studio vengono sottoposti alla terapia virtuale di esposizione per 6 settimane, per un massimo di 14 sessioni. Ogni sessione durava al massimo 45 minuti. Ai pazienti veniva inoltre chiesto di raccontare l’accaduto in prima persona, come se lo stessero rivivendo, prestando particolare attenzione ai suoni. Quando il partecipante si immergeva nella realtà virtuale, il terapeuta, attraverso delle domande, invitava il paziente a narrare l’evento.

Il gruppo trattato con la terapia virtuale di esposizione mostra un miglioramento clinicamente e statisticamente significativo. Il miglioramento viene valutato attraverso la somministrazione di un questionario: CAPS, Clinician-Administered PTSD Scale. Un follow up a sei mesi di distanza dalla terapia VR rivela un mantenimento della riduzione della sintomatologia PTSD, valutazione sempre effettuata attraverso la somministrazione di CAPS.

Studi simili sono stati condotti anche con persone reduci dalla guerra in Afghanistan. Creato per la prima volta 14 anni fa, Bravemind è un’esperienza VR progettata per aiutare i veterani ad affrontare le crudeli e terrificanti esperienze vissute sul campo di battaglia. Grazie ai recenti aggiornamenti apportati, gli studi condotti con Bravemind hanno ottenuto dei risultati promettenti.

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Alcune scene prese da Bravemind, University of Southern California for Creative Technologies.

Gli studi appena presentati mettono in evidenza come la VR possa fornire nuove forme di terapia per i disturbi d’ansia, e più in particolare per il disturbo post traumatico da stress.

L’incessante sviluppo tecnologico sta comportando importanti cambiamenti, sia sociali che culturali, e nell’ambito della medicina, psicologia e psicopedagogia sta fornendo risorse promettenti (Cantalemi, 2015).

 

ARTICOLI CONSIDERATI:

Virtual reality therapy set for a real renaissance.

Virtual Reality Exposure Therapy for the Treatment of Posttraumatic Stress Disorder Following September 11, 2001

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